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INNAMORARSI DI UN ALTRO


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Pubblicato da: Categoria: Curiosità

23
GIU
2016
Sono dodici anni che faccio la vigile urbano e ogni giorno mi devo sciroppare 20 chilometri per raggiungere il posto di lavoro. Non ci siamo trasferiti in città perché mio marito insegna alle scuole medie del paese e anche i nostri figli vanno nella stessa scuola. Poi i ragazzi qui hanno le loro amicizie e inonni. E allora preferisco sacrificarmi io e fare avanti e indietro. A volte in macchina, ma spesso in autobus, per risparmiare.
***
All’inizio ero stata assunta a tempo determinato, solo per tre mesi nel periodo estivo, poi c’è stata l’assunzione definitiva. E’ un lavoro come un altro, logorante però, questo sì. Quando fermi un’automobilista per contestargli un’infrazione è sempre la stessa cosa: mai che ammetta di aver attraversato l’incrocio con il semaforo rosso. Per gli automobilisti il semaforo è sempre verde, giallo, giallo-verde, magari arancione, ma rosso mai. E se gli contesti una multa per divieto di sosta, ti rispondono che si erano fermati un attimo, il tempo di entrare in farmacia, ma se metti una mano sul cofano del motore ti accorgi che è più freddo della banchisa del polo nord.
Ma quello del vigile urbano è anche un lavoro vario, per questo ho già cambiato diversi uffici, o come li chiamiamo noi, reparti: vigilanza edilizia, vigilanza commerciale. Mi sarei potuta imboscare anche in qualche ufficio, ma non mi piace la sedentarietà e allora eccomi ritornata alla vigilanza stradale, su una macchina a perlustrare vie e piazze cittadine.
Da qualche giorno avevo ripreso servizio al mobile, ed ero stata affiancata a un collega che non avevo mai visto prima e si chiamava Gianni: giovane,serioso, solerte. Pronto a fermarsi ogni dieci metri per elevare contravvenzioni.
«Quant’è che fai questo lavoro?», gli chiesi, a un dato momento, visto che non smetteva di trascrivere targhe sul blocchetto che teneva sempre a portata di mano.
«Un anno. Perché?», mi chiese, con aria sospettosa. E allora gli risposi che si stava comportando come un novellino, come se l’ordine e la viabilità in città dipendessero solo da lui. Lui abbassò la testa sulla targa della macchina che stava contravvenzionando e poi continuò per tutta la mattinata a staccare contravvenzioni e a infilarle sotto i tergicristalli delle automobili. Finito il turno e rientrati al comando, lo salutai.
Quel martedì era giorno di rientro e avevo una certa fretta. Dovevo tornare a casa, cucinare per i ragazzi e marito e poi rimettermi in macchina per tornare al lavoro.
«Scusami un attimo per favore», mi chiese Gianni, mentre stavo aprendo lo sportello della mia macchina.
«Perché? Vuoi contravvenzionare anche me?», gli chiesi, tra l’ironico e il sarcastico.
«Volevo chiederti se potevi darmi uno strappo? Se per te non è un disturbo», gli chiesi da che parte doveva andare e poi gli dissi di sì, ma si doveva sbrigare perché avevo una certa fretta. Dovevo andare a casa e poi tornare.
«Perché tu non abiti in città?», mi chiese, appena fatti pochi metri.
«No. Ho questo problema. E quando ci sono i rientri e ancora peggio. Avanti e indietro quattro volte. Uno stress, insomma》.
«Ma perché quando ci sono i rientri non ti fermi qui, visto che devi tornare in servizio?».
«Ci ho pensato. Ma che ci faccio qui tre ore? Mangio un panino e poi? Torno al comando ad aspettare l’orario per riprendere servizio?».
«Se vuoi, potresti venire a mangiare un boccone da me. Ci riposiamo un’oretta e poi torniamo al lavoro. Che ne dici?».
«Sì. A casa tua, magari... E a tua moglie cosa diciamo?».
«Non diciamo assolutamente niente. Non ho più moglie. L’ho avuta, ma non è andata come doveva andare e così dopo tre anni tutto è naufragato, e ora vivo da solo».
«Mi spiace. Scusami, non lo sapevo. Se no non ti avrei fatto questa domanda», gli risposi, e siccome mi sembrava di avergli fatto un torto a non accettare, una volta arrivati sotto casa sua lo salutai dicendogli: «Ci vediamo al comando tra un po’. Per il pranzo facciamo magari un’altra volta. Ci penserò. Grazie».
***
Sulla strada del ritorno, mi ritrovai a riflettere su ciò che mi aveva detto Gianni, a proposito del suo matrimonio “naufragato”. Loro avevano avuto la forza di dire basta e chiudere con quel rapporto, mentre io… Io continuavo a convivere con un matrimonio altrettanto calato a fondo, ma senza sapermi decidere. Con mio marito siamo due estranei che si trovano casualmente ad occupare lo stesso appartamento e che quando si parlano lo fanno con grugniti. Diciotto anni di matrimonio, sono tanti, sono pochi? Non lo so. So solo che hanno progressivamente portato a un appiattimento e all’assuefazione del nostro rapporto. Si, ci sono i figli, ma loro si stanno facendo grandi e hanno sempre meno bisogno delle mie attenzioni. Hanno i nonni che li coccolano e poi le loro amicizie, e non sembrano nemmeno accorgersene del mutismo e dell’indifferenza che regna in casa tra me e il loro padre. Avere la forza di reagire, cambiare. Dare una svolta… Quante volte ci ho pensato.
***
Nel pomeriggio di nuovo in servizio con Gianni: vigilanza antistante ingresso pinacoteca in occasione inaugurazione mostra di pittura. Tra saluti alle autorità e qualche difficoltà per far capire ai ritardatari che i parcheggi erano ormai tutti occupati, le tre ore trascorsero in fretta, e sulla strada del ritorno, dopo aver riaccompagnato a casa Gianni, mi sono ritrovata a pensare ancora a lui. E’ un bravo ragazzo. Di poche parole, ma buono e deve sentirsi terribilmente solo. Ha tre anni meno di me, ma ne dimostra ancora meno.
Tornata a casa mi sono tuffata nelle faccende domestiche e poi me ne sono andata a dormire, ed ecco che il pensiero torna a Gianni. Ma perché? In tanti anni di servizio ho fatto spesso coppia con altri colleghi, ed era filato tutto liscio. Perché ora questo improvviso interesse per Gianni? Forse per saperne di più sul suo matrimonio fallito? Chiudo gli occhi, mi giro sul fianco preferito e cerco di prendere sonno.
***
Con Gianni continuammo a fare coppia fissa. In segreteria avrei potuto chiedere la sostituzione, una rotazione tra le unità del reparto e mi avrebbero anche accontentata, ma non l’ho fatto. Lo so, lo sento, questo continuo contatto con Gianni, mi sta turbando. Non si parla mai di cose intime, ma qualche volta capita di scambiarci opinioni su famiglia, interessi, malumori. E comincio a conoscerlo meglio e a capire quando non è dello stesso umore di sempre.
Un giovedì, altra giornata di rientro pomeridiano, prima di uscire di casa informai mio marito che per il pranzo non sarei tornata. Gli dissi che dovevo finire di completare dei processi verbali arretrati e che poi avrei dovuto riprendere servizio. Dissi ai ragazzi che avevo già parlato con i nonni e loro ne furono felici di poter andare a pranzo da loro.
Naturalmente non avevo nessun arretrato da completare al comando. Avevo solo deciso, se mai Gianni me lo avesse chiesto, di accettare il suo invito e di andare a casa sua: ero curiosa di vedere dove vivesse. Lui verso la fine della mattinata mi fece la proposta e io gli risposi di sì, e così andammo a casa sua. Il cuore mi batteva come quello di una ragazzina alle prime armi, non sapevo come comportarmi. Ero tesa e anche seccata per aver accettato il suo l’invito. Perché avevo detto di sì? Lui se ne accorse e, con il sorriso di un monellaccio che sta per combinarne una delle sue, cercò di mettermi a mio agio.
«Non ti aspettare nulla di eccezionale. Sarà un pasto alla buona, senza fronzoli, perché poi dobbiamo tornare al lavoro».
Mangiammo quello che avevamo acquistato nel vicino supermercato e bevemmo del vino che trovai subito buono, ma anche troppo forte, dopodiché lo aiutai a sparecchiare e poi passammo in salotto. Mi sentii avvolgere da una atmosfera surreale. Mi girava la testa e forse mi assopii anche, perché quando riaprii gli occhi vidi Gianni in piedi, davanti a me, con una tazzina in mano.
«Ti sei addormentata e allora ho pensato di prepararti un caffè. Tra un po' dobbiamo avviarci».
Avevo dormito per più di un'ora, mentre lui era rimasto seduto sulla poltrona a guardare la televisione ad audio spento, per non svegliarmi.
***
A casa sua ci andai ancora qualche volta, poi pensai che non era più il caso di insistere. Non volevo lasciarmi andare. A casa mia avevo mille problemi e allora, quando Gianni mi chiedeva se volevo fargli compagnia durante il pranzo, trovavo sempre una scusa e tornavo a casa.
Un giorno, verso la fine dell'anno scolastico, mio marito mi comunicò che per una settimana sarebbe andato in Umbria con la scuola e che avrebbe portato con sè anche i ragazzi.
Era il momento buona per potermi rilassare e fare le cose con calma, ma era anche l'occasione per potermi sentire più libera e magari fermarmi da Gianni, senza dovermi sentire in colpa.
E così avvenne. Il lunedì, appena prendemmo servizio, gli buttai lì, come per caso, che la mia famiglia era partita per l’Umbria con la gita scolastica e che stavo pensando di prendermi anch'io qualche giorno di ferie.
«Approfitto per starmene un po’ da sola a casa e rilassarmi», conclusi.
«Perché, invece non vieni a pranzo da me oggi, anche se non abbiamo rientro? Nel pomeriggio potremmo uscire per fare shopping in centro e poi, magari, andare a cena in qualche ristorantino. Che ne dici?».
Quello che mi colpì, quando me lo chiese, fu la luce dei suoi occhi: era la luce della speranza. Io rimasi per un po' in silenzio. In fondo l’avevo provocata io quella situazione e alla fine gli risposi di sì. Ma precisai che dopo la passeggiata in centro sarei tornata a casa ad aspettare la telefonata dei miei figli. Lui fece ciondolare in avanti la testa e sembrò felice della mia risposta.
Poi successe quello che mi aspettavo e che in fondo volevo. Un giorno, dopo aver pranzato assieme e con la scusa che stava piovendo, non rientrai a casa e mi fermai a dormire da lui. Non dissi niente ai miei. Informai solo mia madre che non sarei passata a salutarla, perché quella notte ero di turno.
La mattina dopo, al risveglio, tutto mi girava intorno. Io, svegliarmi a fianco di un altro uomo, come era potuto succedere? Quello che vedevo lo vedevo capovolto, come se mi trovassi in campagna, distesa sotto gli alberi.
Passammo quelle giornate praticamente sempre assieme. Finito di lavorare andavamo a casa sua e non uscivamo più.
Trascorsa quella settimana e tornata alla realtà quotidiana, avevo bisogno di riflettere, di capire cosa mi stesse succedendo e allora, dopo qualche giorno, pensai di prendere le ferie per allontanarmi da Gianni. L'estate era alle porte e le spiagge cominciavano ad affollarsi di bagnanti e allora, visto che le scuole stavano finendo e che anche i ragazzi si erano ritirati, pensai di tirare fuori il costume e di andare a prendere il primo sole.
Finalmente con i miei figli mi stavo rilassando. Tutto si muoveva al rallentatore. Ci alzavamo con calma, anche se mio marito continuava ad andare a scuola perché componente di una commissione d'esame. Ma la sera iniziava il problema, non riuscivo a prendere sonno se prima non ricevevo un sms di Gianni, con il quale mi augurava la buona notte. Ci scambiavamo qualche messaggio anche di giorno, ma mai frasi esplicite o ambigue. Lui lavorava e così mi teneva informata sulle novità o sui pettegolezzi che circolavano al comando.
Finite le ferie rientrai in servizio e ripresia lavorare con Gianni.
Il rivederci fu come accendere un fiammifero sotto un covone di paglia. Il primo giorno, finito il turno, siamo subito corsi acasa sua e ci sono rimasta sino a sera, e da quel giorno le scuse con mio marito sono andate moltiplicandosi. Una volta dovevo ritardare il rientro perché dovevo completare il rapporto di un incidente stradale, un’altra volta mi dovevo fermare perché era in corso uno sciopero generale operché il servizio doveva essere rinforzato e anche i turni di nottesi erano moltiplicati, come del resto le assenze dal lavoro. Permessi, ferie, riposi compensativi, tutto andava bene pur di poter trascorrere più tempo possibile con Gianni.
***
Andai avanti così per quasi un anno, escogitando mille sotterfugi e provando tante sensazioni contrastanti: ripensamenti rimorsi e rubando tanto tempo sia alla famiglia che al lavoro.
Quando Gianni mi chiedeva perché non mi decidessi, perché non facessi quel passo che mi ero ripromessa di fare, io gli rispondevo che il problema non era mio marito. Lui avrebbe capito. L’ostacolo insormontabile erano i miei figli: come dirglielo? Non sarei mai riuscita a dare loro questo dolore. Ai loro occhi, seppure tra mille insofferenze, ci vedevano come una coppia unita, una famiglia serena e di questo, me lo avevano anche detto, ne erano orgogliosi. “Sai mamma, i genitori di quel mio amico che è venuto anche a casa a studiare, si sono lasciati. Sapessi come sta male. Mi ha confidato che ora odia tutti e due e che vive ancora a casa della madre perché non saprebbe dove andare.”
Intanto Gianni, tra una multa e l’altra, stava cambiando. Parlava sempre meno ed era sfuggente. Alla fine si lasciò andare e mi disse di aver conosciuta una donna. No. Non la conoscevo, faceva tutt’altro. Si stavano frequentando e avevano deciso di andare a convivere.
Gianni aggiunse ancora qualche particolare e io lo lasciai parlare, o forse riuscii a dirgli che in fondo era giusto così. In quel momento mi sembrava la strategia migliore. Avevo bisogno di riflettere, prendere tempo, pensare.
Ma quando rientrammo al comando andai subito in segreteria a chiedere il trasferimento in altro ufficio. In fondo me lo dovevano, sia per anzianità, per professionalità, eccetera.
La storia con Gianni era stata una parentesi inaspettata e aveva colmato il vuoto della mia piatta vita sentimentale. Ma era finita, ed era giusto che fosse arrivato il momento di dire basta.
Quello che adesso dovevo fare, era cercare di riordinare le idee. Dovevo tornare alla realtà, alla famiglia, ai miei figli. Dovevo, e ci dovevo riuscire, recuperare anche il rapporto con mio marito.
Ma tornata a casa mi trovai a dover fingere serenità.
 


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