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Chi può, galleggi

Pubblicato da: Categoria: Attualità

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LUG
2017

La disparità sociale aumenta e con essa anche i fenomeni di deriva delle classi più svantaggiate. Analisi di un paese reale che si barcamena nonostante il disagio e la cattiva politica

La recessione economica ha interessato l’Italia dal 2008 ed è tuttora in corso, investendo tutte, o quasi, le classi sociali, comprese quella dei professionisti e degli imprenditori, generando una grave crisi. Analizzarne le cause, comporta l’interpretazione e la mediazione di opinioni espresse da una moltitudine di economisti internazionali, essendo un fenomeno che ha investito vaste aree del pianeta pertanto, tralasceremo questa parte del processo, anche se notevolmente importante, per scoprire come abbia reagito la popolazione per fronteggiare il fenomeno e, nello specifico, il mondo del lavoro.
Ciò che emerge vistosamente è l’aumento di disparità fra il ceto abbiente che, anche se ridottosi, ha aumentato la sua condizione di agio, e le classi medio - basse che sono quelle effettivamente più vessate e soggette alle volubilità del mercato e del mondo del lavoro.
Mentre, imprenditori e professionisti, classe media impiegatizia, piccola borghesia e classe operaia hanno notevolmente risentito della crisi, dichiarando la loro insoddisfazione, i dirigenti vivono indisturbati il fenomeno economico dimostrando, perfino, soddisfazione.
La scelta politica di privilegiare la classe dirigente, probabilmente deriva dall’idea che questa solleverà lo stato recessivo delle altre.
La classe che più ha risentito della crisi è la piccola borghesia che ha visto crollare le certezze di crescita del suo stato e la riduzione progressiva del suo potere contrattuale come dei suoi risparmi.
Il malcontento della popolazione si riflette anche sulle scelte elettorali che divengono sempre più imprevedibili lasciando spazio a due principali: l’una di accettazione dello stato di fatto quale periodo di transito in attesa dei frutti dell’attuale operato governativo e, l’altra, di protesta con l’apertura a nuovi movimenti o vecchie compagini politiche ampiamente sperimentate, anche se dimostratesi inefficaci durante le varie alternanze di governo.
La classe medio - bassa si difende come può attuando svariati sistemi di difesa occasionali. È priva di potere contrattuale e ha quasi cessato di ricorrere al risparmio quale forma di tutela. Al contrario cerca di affacciarsi a beni di cui si privava in precedenza. Se può, cerca piccoli lavori integrativi che esercita ufficiosamente, privi cioè di identità fiscale e riconoscimento i cui proventi servono a integrare le perdite. Questa è una condizione che danneggia diversi settori lavorativi offrendo, nello stesso tempo, servizi di discreta qualità a prezzi contenuti e, quindi, più accessibili.
Un settore molto incerto anche in termini di continuità è quello professionale. Tutte le più comuni aree, da quella legale a quella tecnica, hanno risentito enormemente del calo di denaro circolante e dell’incremento di pressione fiscale, tant’è che molti singoli hanno temporaneamente cessato l’esercizio o si sono aggregati in associazioni. Anche i professionisti hanno visto prevalere le grandi realtà che si sono ancora più consolidate facendo soccombere i piccoli studi e impedendo il decollo dei giovani.
Nel campo professionale, alla recessione si è affiancata la concorrenza sleale, già ampiamente praticata e che ha trovato la massima espressione nel momento attuale. Ci sono professionisti che praticano l’attività ricevendo onorari simbolici o prestando opera gratuita per enti, istituzioni e pubblica amministrazione pur di aumentare la propria visibilità. Complice la liberalizzazione degli onorari che ha lasciato ampio margine discrezionale. Questo andazzo, evidentemente, non sortirà nessun effetto positivo sulla professione e sull’intera categoria. Peraltro, previdenza e fiscalizzazione non sono effettivamente proporzionali ai reali guadagni.
Il settore imprenditoriale merita un’attenzione particolare. Ci sono imprenditori virtuosi che, con enorme sforzo, hanno scelto di proseguire il loro percorso. Proprio la crisi ha spinto loro verso svolte coraggiose quanto obbligate: migliorare la qualità del loro prodotto, coniugando tecniche artigianali ed evoluzione tecnologica, rispettare tutte le norme contributive e previdenziali a favore della manodopera impiegata, esplorare nuovi mercati, anche esteri e mantenere alto il vessillo del “made in Italy”. Hanno, evidentemente, grandi difficoltà a relazionarsi con la pressante fiscalità ma non si arrendono e, al contrario, persistono nel loro intento anche non avendo un orizzonte certo. Non vivono agiatamente e focalizzano tempo e guadagni verso l’impresa. Ai loro antipodi c’è una categoria di imprenditori che, nonostante le avverse condizioni sociali, ostentano agiatezza e noncuranza per la regressione in atto, stridendo con la realtà del Paese. Naturalmente non detengono una nuova formula economica che sia la Panacea della crisi. Hanno scelto il lato torbido della vita fruendo di mezzi alla portata di tutti ma poco ortodossi e, sicuramente, contro la morale. Esempi evidenti sono il “caporalato”, ampiamente adottato nelle attività agricole e l’uso di manodopera straniera sconosciuta sia agli istituti previdenziali sia all’anagrafe italiana. Molto più celate sono le tecniche che, oltre a eludere il fisco e la previdenza, ledono i diritti dei lavoratori e la loro dignità, rendendoli perfino complici. È divenuta consuetudine chiedere al lavoratore la restituzione di una parte del salario percepito in busta paga, pena il licenziamento o la mancata assunzione, il tutto gestito in condizioni di assoluta omertà. Lo stato di sottomissione dei dipendenti spinge questi ultimi, quando scoperti, a dichiararsi volontari donatori di sostegno economico all’azienda in difficoltà. Un’altra formula, ancora più sottile quanto distorta, vede l’imprenditore dichiarare la momentanea difficoltà dell’impresa e fruire degli ammortizzatori sociali, attraverso la “cassa integrazione”. Al contrario delle norme che prevedono il reinserimento nel mondo del lavoro, i lavoratori proseguono la loro attività “a nero” nella stessa azienda, percependo il sostegno economico, a volte ridotto, in alternativa allo stipendio. Il datore di lavoro, oltre a fruire delle agevolazioni previdenziali, continua la sua attività da cui percepisce normalmente gli introiti. Spesso questa pratica è affiancata dalla vendita del prodotto senza alcuna tracciabilità fiscale. Anche se appare un fenomeno facilmente individuabile, non lo è, tanto da rendere difficili le indagini dell’Ispettorato del Lavoro e della Guardia di Finanza deviati proprio dall’omertà dei lavoratori timorosi di restare disoccupati. Le sanzioni a carico degli imprenditori senza scrupoli sono, comunque tali, da permettere il riavvio dell’attività in brevissimo tempo.
La stessa cassa integrazione, in taluni casi, perde la sua funzione di reinserimento lavorativo, prolungandosi a tempo indeterminato e divenendo mezzo di scambio elettorale e strumento per aumentare il potere contrattuale della classe politica e dei sindacati.
La crisi economica c’è, è un fenomeno conclamato percepibile e quasi palpabile che sta ponendo in gravi difficoltà più di un paese del globo. L’incongruenza, che rende ancora più difficoltosa la risalita della società da handicap come questi, è l’aumento di disparità fra le fasce deboli e pochi individui che, oltre a sopravvivere, riescono perfino ad arricchirsi proprio in queste fasi cruciali. Come avvoltoi, sono pronti a cibarsi di vittime, spesso frutto del loro stesso comportamento.
In totale assenza di supporto dalla classe politica e di soluzioni per fronteggiare i problemi, gli italiani si adeguano come meglio possono, legalmente o illegalmente. Sembrano rifarsi al detto: “Chi può, galleggi”.



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