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Ciro Gerardo Petraroli/La musica in ogni cosa

Pubblicato da: Categoria: Cultura

22
FEB
2013

 

Ha girato il mondo, collezionato grandi esperienze in ogni luogo, ma quando torna a Grottaglie riaffiorano i sentimenti e le emozioni che hanno costellato la sua infanzia. Il maestro Petraroli ci racconta come nascono le sue composizioni e come tutto è cominciato
 
Ci sono modi di raccontare che vanno oltre le parole, oltre lo scritto, oltre la narrazione orale. Non appartengono al genere comune, non puntano sulla capacità stilistica, sull’elogio della terminologia più ricercata. Sono racconti dell’anima, siti in ogni gesto che compiamo. Ogni azione nasconde un significato e sommata a decine, centinaia e migliaia di altre piccole azioni quotidiane, compone una storia. Una storia che viene raccontata in musica dal maestro Ciro Gerardo Petraroli, noto pianista e direttore d’orchestra, il quale trasforma in note tutto ciò che i suoi occhi catturano. Una velleità che nasce da una grande curiosità e un’ottima capacita di osservazione. Un animo capace di divorare e di nutrirsi di ogni bellezza e di arricchirsi di ogni incontro: caratteristica che lo rende, insieme a un amore innato per la musica, il grande artista che tutti conosciamo.
 
Di recente ha ricevuto un’onorificenza dal sindaco di Grottaglie. Deve essere stata una grande soddisfazione ricevere un premio nella città che Le ha dato i natali.
«Beh, sì, decisamente. È strano pensare che sono andato via da nessuno e sono tornato essendo qualcuno. Inoltre a Grottaglie appartengono i miei ricordi più belli, quelli della mia infanzia. Ho iniziato a suonare a soli sei anni ed è stata quasi un’esigenza naturale. Suonare, ascoltare e capire la musica, comporre, mi riusciva tutto così spontaneo. Devo tantissimo a don Cosimo, il quale intuì immediatamente questa mia passione e mi incoraggiò a coltivarla. Lui mi diceva che io suonavo con gli occhi, ancor prima di imparare. Osservavo le mani che si muovevano sui tasti e subito dopo la messa ero perfettamente in grado di riprodurre la stessa musica. Ero pervaso da una passione profonda e mi sentivo completamente a mio agio, come se quello che stavo facendo fosse la cosa più naturale del mondo.»
 
Ha iniziato prestissimo. In pratica si può dire che è stato un enfant prodige.
«A nove anni già componevo e la gente mi chiamava Beethoven. Alcuni dicevano che ne ero la reincarnazione (ride, ndr). In realtà io componevo e suonavo perché avevo voglia di ascoltarmi e di riascoltarmi ancora. La musica semplicemente mi appartiene, non posso dirlo diversamente. È qualcosa di innato.»
 
Nonostante Lei abbia girato il mondo, sente di avere un forte legame con la sua terra?
«Certo. Tornare a Grottaglie è sempre un piacere e inoltre porto con me parte del mio paese in ogni luogo. Pensate che ovunque io vada, non riesco a liberarmi della cadenza grottagliese. E non voglio neanche farlo. Anzi, mi diverte tantissimo insegnare agli altri qualche vocabolo del mio dialetto, soprattutto le parolacce, lo ammetto. È divertente sentire quei suoni provenire dalla bocca di uno straniero. Inoltre, anche nella mia musica Grottaglie è sempre presente. Quando compongo mi nutro di suoni ancestrali. Per esempio, avete presente quelli che vendono le cosiddette “pampanedde”? Nell’offrirle ai passanti, emettono quasi una sorta di nenia. E quella nenia, quella musicalità delle parole la riporto nelle mie composizioni per orchestra. La stessa cosa accade per la ninna nanna o i motivetti sul vino o le mele, e così via. Trovo che sia molto bello portare parte della cultura pugliese, della mia cultura, in giro per il mondo. Adesso anche a Pechino possono conoscere i suoni che animano la mia terra. La musica va intesa come mantra di vita. Non riguarda nulla, ma allo stesso tempo si trova ovunque. Ti trascende.»
 
Quindi tutto può essere trasformato in musica?
«Assolutamente. Io credo che la musica non debba essere indottrinata, ma che si debbano rompere un po’ gli schemi. La musica viene dall’anima, non può restare ingabbiata, non deve necessariamente essere lineare. Non ha una tema unico, come può averlo un film dove sappiamo che c’è un protagonista e che dobbiamo seguire le sue vicende. Il pensiero non ha regole, va inseguito laddove sceglie di andare. Mi reputo un grande osservatore, e quando compongo spesso mi rifaccio a ciò che vedo nel quotidiano. Volete un esempio? Ecco, immaginate che alle 6.30 di mattina, ogni giorno, un uomo, un anziano, probabilmente un vedovo, scende in strada con il suo cagnolino. Sfida il freddo, il gelo, il sonno o la stanchezza. Io racconto in note tutto ciò che fa, immagino un sottofondo che lo accompagni in tutte le sue attività. Mettiamo ora il caso, che dopo aver gironzolato un po’ con il suo cane, decida di entrare in un bar e che lì consumi il suo primo caffè della giornata. Improvvisamente il racconto musicale si sposta sul barista. Si è alzato presto, forse è stanco e quello è l’ennesimo cliente che vede. È annoiato, o magari è indaffarato. Vorrebbe essere altrove e i suoi pensieri sono rivolti magari alla moglie. Ed ecco che ci spostiamo su di lei, su questa donna che va a fare la spesa, che incontra altra gente e così via, fino ad arrivare all’ultimo personaggio della giornata che mentre va a buttare la spazzatura incontra il tizio con il cagnolino che sta rientrando in casa. E così il cerchio si chiude.»
 
In pratica, attraverso la musica racconta delle storie.
«Ogni persona ha una realtà che non aspetta altro che essere narrata. E farlo è compito dell’artista. Io interpreto l’animo umano. Non sono che un medium fra la musica e ciò che guardo.»
 
Intendeva questo quando parlava di potere metafisico?
«Beh, io sono laureato in filosofia e dopo ho conseguito una seconda laurea in psicologia. Ho scritto una tesi sulla storia delle religioni e mi sono documentato tantissimo; ho fatto studi molto approfonditi e ho viaggiato molto per conoscere da vicino ciò che mi interessava. Sono stato in India, in Sudafrica, ho insegnato a Cape Town, e penso che un determinato fatto assuma connotazioni diverse a seconda del significato che vogliamo dargli, che può essere spirituale o psicologico. Io, che non sono religioso, considero un semplice fenomeno quello che altri possono chiamare miracolo.»
 
Quale spazio trova secondo Lei la musica classica nella società odierna e nel nostro territorio?
«La musica classica richiede grande tecnica, impegno e una forte determinazione. Studiarla e suonare il pianoforte, per esempio, porta via molto tempo, ti costringe a sederti lì per ore e rimanere concentrato fino a quando non si raggiunge lo scopo. Ciò nonostante devo anche ammettere che i conservatori sono abbastanza pieni. Gente che studia musica classica ce n’è tanta, ma è un fenomeno che va osservato dal punto di vista sociologico. C’è la voglia di imparare uno strumento, si pensa che studiare musica sia bello e abbia valore. La musica commerciale invece è più facile, più leggera. Sicuramente ci possono essere dei bei motivetti, ma nulla di più. È simpatica, ma non è arte.»
 
Andrea Bocelli, al Festival di Sanremo, ha spezzato una lancia a favore del pop, dicendo che ci sono brani di musica classica talmente noti e apprezzati da essere diventati popolari e canzoni popolari talmente belle da essere diventate dei classici. Mi sembra di intuire che questo non sia il Suo stesso pensiero…
«No, infatti. Questo è qualunquismo. Andrea Bocelli è un uomo con una bella voce, una voce forte che attrae. Cantava nelle chiese ed è stato lanciato in campo televisivo. Non ha studiato musica, quindi spezzando una lancia in favore della musica pop non ha fatto altro che spezzarla in favore suo.»
 
A proposito di Sanremo, ha seguito questa edizione? Cosa ne pensa?
«Ah, l’ultimo festival di Sanremo che ho seguito è stato quello in cui si sono esibiti i Matia Bazar con “Vacanze romane”. Quando ero più piccolo, Sanremo era l’emozione dei grandi, era un evento. Adesso non ha quasi più nulla a che fare con la musica. Non è più il festival della canzone italiana, è uno show politico, dove trovano spazio più la propaganda e la satira che non le canzoni. È tutto studiato affinché si parli dell’ennesimo scandalo. Quest’anno si è trattato di Crozza, l’anno scorso si è scatenato un putiferio per quel noiosissimo Celentano. Basta! Sanremo deve essere altro. Per non parlare poi della conduzione della Littizzetto. Come ho detto anche a Marzullo durante un’intervista, credo che la signora Littizzetto sia una poveraccia. Cerca di stupire e far ridere dicendo una parolaccia dietro l’altra, come fossimo tanti bigotti pronti a ridere ogni volta che nomina la “gnocca”. Trovo tutto questo una gran buffonata. Quando c’era Pippo Baudo era diverso: poteva essere pesante, un po’ noioso forse, ma almeno aveva dato un’impostazione decente all’evento. Era più serio. Adesso Sanremo non è che una cinque giorni di polemica continua. A tutto discapito della canzoni e della buona musica.»
 
Lei non è certo uno che le manda a dire. Ma tornando a Lei, di tutte le esperienze che ha avuto in giro per il mondo ce n’è stata una in particolare che Le è rimasta maggiormente nel cuore?
«Direi proprio quella in Sudafrica. Tutti dicono che è pericoloso, che bisogna star attenti. Ma chi parla a quel modo lì non c’è mai stato. Bisogna vederla quella terra, viverla. È stupenda: la vegetazione, la natura, la gente, il cibo… tutto. Io sono stato con gli Zulu e ho composto con loro delle musiche che adoro. Vivendo a stretto contatto con queste splendide persone, ho ascoltato i loro ritmi, mi sono adeguato ai loro tempi. Ho vissuto il loro modo di muoversi e ho riportato tutto ciò nelle mie composizioni.»
 
E della collaborazione con i Solisti Aureo Boros, cosa ci racconta?
«Anzitutto, il nome l’ho dato io. In greco aureo, come sappiamo, significa oro, mentre Boros è un serpente. Infatti il logo è proprio un serpente dorato che racchiude le parole “Solisti Aureo Boros”. Allo stesso tempo però, se viene letto velocemente la fonetica somiglia all’Uroboro, che rappresenta l’immagine allegorica di un processo alchemico dell’elemento grezzo a quello aureo. I Solisti Aureo Boros sono fra i migliori artisti internazionali, provenienti da diverse orchestre. Per sceglierli mi sono avvalso dell’aiuto di Riccardo Muti, un caro amico e devo dire che ha scelto proprio bene!»
 
In cosa è impegnato al momento?
«Sono a metà di una nuova opera, una sinfonia per orchestra molto intrigante che porterò credo a New York. Inoltre, ho in programma dei concerti a Copenaghen, a Praga e in Germania, e farò qualcosa anche qui in Italia, anche per la televisione. E non vedo l’ora.»
 


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