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Oltre le sbarre/Luciana dei miracoli

Pubblicato da: Categoria: EVENTI

30
APR
2015
Da manager finanziario di successo ad angelo delle donne invisibili oltre le sbarre. Lei ha abbandonato il mondo bancario per dedicarsi alla produzione di un’altra ricchezza, quella dei rapporti umani e dell'innovazione sociale, perché fare del bene fa bene ed avvicina alla vera idea di  felicità
 
Come sosteneva Erasmo da Rotterdam: "Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida visionaria follia": questo è il modus operandi di Luciana Delle Donne, un vero esempio di coraggio al femminile. 
Grazie alla sua capacità di seguire la logica dell'efficienza e dell'innovazione, riesce ad ottenere  grandi risultati nel mondo finanziario e realizza la grande  Banca Telematica Multicanale Virtuale 121, ma all'apice della sua carriera si rende conto di aver perso il senso del proprio essere rincorrendo numeri, software, tecnologia e  ordini in automatico. Senza tentennamenti e con una buona dose di coraggio e lucida follia, decide di lasciare la sua ormai avviata carriera, la vita privilegiata e il lusso, per fare ritorno a Lecce e  riprendere in mano le redini della sua vita, mettendo a disposizione le sue competenze manageriali per creare un modello di sviluppo sostenibile in grado di dare ricchezza al territorio, introducendo così, la cultura d’impresa in un progetto di inclusione sociale e  mettendo in piedi  il suo business etico ed estetico. Sceglie di credere nella forza delle donne che vivono l'esperienza del carcere, investe nel loro recupero e reinserimento professionale e sociale, offrendo loro una seconda chance e la possibilità di ricucire il proprio futuro, cercando di “raddrizzare le cuciture storte della vita” e facendo cadere il muro di pregiudizi e  disagio nel  parlare di carcere e di donne detenute. Nasce così Officina Creativa e il marchio Made in Carcere, che suggella meravigliosi manufatti "diversa(mente) utili": borse, accessori originali e colorati. Luciana capisce che il modello di impresa deve essere sostenibile: bisogna puntare su prodotti semplici ma di qualità, è così che gli scarti delle lavorazioni e le giacenze di  magazzino  rinascono a nuova vita grazie all'abile lavorazione manuale delle detenute  e alla loro creatività, arriva  il tempo di  cominciare a fatturare. La prima a dare un contributo è la Regione Puglia, poi le fiere, il sito internet, il passaparola  fino alle grandi commesse da parte di Conad, Intesa San Paolo, Inail, Eataly. Il progetto "Made in Carcere" ormai è diventato una realtà consolidata e di successo, riconosciuta come esperienza di innovazione umana e sociale, a tal punto che anche Papa Francesco ha indossato il braccialetto di Made in carcere che le detenute del penitenziario di Lecce hanno confezionato per lui in edizione limitata. La grande novità è che Made in Carcere non sarà solo tessile da indossare ma anche da coltivare, infatti  dopo l'exploit allo scorso Salone del Gusto di Torino e prima di debuttare ufficialmente all’EXPO 2015, Luciana Delle Donne, Ambassador di WE-Women for Expo, ha promosso il progetto Orti verticali. Obiettivo principale è quello di offrire a donne e uomini detenuti la consapevolezza dei ritmi della Natura - dei quali vengono privati con la reclusione - cercando di costruire un feeling con quello che essa può dare all'uomo (se è lui a prendersene cura, non abusando e sfruttando in modo dissennato). "Difendiamo il Pianeta o si difenderà da solo e a proprio modo - dice Luciana Delle Donne - noi consumiamo come se avessimo tre o quattro pianeti a nostra disposizione ma, forse non è chiaro, ne abbiamo uno solo”. Questo progetto desidera, infatti, avvicinare quante più persone alla Natura ed alla consapevolezza dei suoi ritmi, offrendo una sorta di "nature therapy" a persone in stato di detenzione ma non solo, ha deciso di andare oltre, contaminando fiere e scuole. 
Inclusione, coesione, integrazione, recupero, sostenibilità e una buona dose di lucida follia, questi i valori del progetto della lungimirante e grintosa Luciana Delle Donne. 
Luciana Delle Donne, da manager finanziario di successo ad angelo delle donne invisibili oltre le sbarre. Lei ha dato vita al progetto "Made in Carcere" ormai  diventato una realtà consolidata e riconosciuta come esperienza di innovazione sociale di successo. Qual è il punto di forza della sua idea che le ha permesso di differenziarsi, emergere e progredire con grande consenso e credibilità?  
«Nella mia prima vita mi occupavo di innovazione tecnologica, volevo impegnarmi in modo creativo e dimostrare che con il  buon senso e con il cuore si poteva realizzare  qualcosa di buono anche nei contesti ambientali e  sociali legati all’innovazione sociale. “ Made in Carcere” nasce per caso, dopo aver  scelto  di lasciare il mondo della finanza mi sono guardata intorno e ho analizzato i luoghi più disagiati dove poter dare il mio contributo,  ho scelto le carceri per  dimostrare che in contesti di forte disagio e degrado poteva  nascere qualcosa di realmente innovativo».
Lei, attraverso OFFICINA CREATIVA, ha scelto di credere nella forza delle donne, nel loro recupero e reinserimento professionale e sociale, offrendo una seconda chance alle tante donne "invisibili" e una doppia vita ai tessuti e oggetti che vengono realizzati con materiali di scarto, riciclati e trasformati in prodotti del brand “MADE IN CARCERE”. Da donna che ha osato stravolgere la sua vita e che si confronta ogni giorno con i vissuti e le emozioni più dolorose di chi sta cercando il proprio riscatto nel mondo, cosa ha imparato dalle donne che lottano contro i propri errori e contro un mondo escludente?
«Ho imparato a non arrendermi mai e a rialzarmi, sempre. È una importante palestra di vita, anche per chi da fuori entra in un luogo “difficile”. Si impara a vivere in modo frugale e la mia scelta di realizzare questo progetto  senza percepire denaro, mi avvicina sempre di più ad una vita semplice, senza sovrastrutture, arrivando all’essenza ed al vero significato della vita: “Dare e darsi, la nuovo frontiera della ricchezza”. Ecco perché forse ho lasciato le comodità della stanza dei bottoni per buttarmi tra la folla ed essere felice con poco e con molto molto meno...».
Cosa significa per queste donne ricucire il proprio futuro sotto forma di braccialetti del Progetto Sigillo? 
«Oggi lo  sforzo e l’ambizione del nostro progetto è quello di replicarlo  in altri luoghi di disagio come ad esempio altre carceri in Italia.  L’esperienza del progetto Sigillo e dei braccialetti per Conad in occasione dell’ 8 Marzo è stata una fantastica esperienza , occasione di buon lavoro e di speranza per poter proseguire e far lavorare altre donne in stato di detenzione. Il braccialetto al nostro Papa Francesco, è la dimostrazione che nulla è impossibile se lo desideriamo fortemente! È stata una benedizione al nostro operato. E tutte  noi siamo orgogliose e fiduciose che il percorso avviato sia quello giusto.  Per noi è stato un sogno e uno straordinario regalo poterlo incontrare. Crediamo da sempre nella seconda chance di cui lui stesso ha parlato ai carcerati. “Nella vita non bisogna mai spaventarsi delle cadute, l'importante è sapersi sempre rialzare” ha detto il Papa  rivolgendosi ai reclusi.“Non fatevi rubare la speranza”è la frase di Papa Francesco scelta da “Made in carcere” per i braccialetti realizzati in occasione della visita del Pontefice nel penitenziario di Poggioreale, a Napoli, dello scorso 21 marzo. Non solo braccialetti però! Tessuti di recupero made in carcere anche sulle tavole allestite per il pranzo del Papa. Stessi colori e stessa frase».
Oggi fare impresa sociale in Italia è complesso, inutile negarlo. Quanto ha contato per il suo progetto la rete nella logica della multicanalità? Sarebbe stato possibile fare lo stesso percorso e avere questi grandi risultati senza internet? 
«Assolutamente no. Noi  abbiamo sdoganato il disagio di parlare di carcere e di donne detenute. Prima erano temi tabù, tutti giravano lo sguardo.  Abbiamo presentato una via possibile offrendo dignità e competenze a persone che forse nessuno mai aveva ascoltato e alle quali nessuno mai aveva rivolto una chance!  Attraverso una massiccia e costante comunicazione abbiamo reso la possibilità a tutti di farsi un esame di coscienza!!  Quindi parlarne, parlarne e parlarne!». 
Dopo l’esperienza avviata nel carcere di Borgo San Nicola di Lecce, gli Orti Verticali arrivano in altri penitenziari italiani, è così?
«Sì, il Direttore del Carcere di Poggioreale (Napoli) e il Comandante del Carcere Militare di Santa Maria Capua Vetere (CE), hanno accolto con entusiasmo gli orti realizzati ad hoc dalle detenute di Borgo San Nicola, al fine di avviare un percorso sperimentale di utilizzo degli orti verticali grandi e piccoli con i reclusi, ai quali così si restituisce la possibilità di godere di un pezzo di natura. Ben 16 differenti specialità aromatiche, ortaggi e soprattutto tante fragole negli Orti Verticali di varie misure che adesso crescono nei due penitenziari. Orti portatili, da appendere al muro e da indossare, provocatoriamente, come borsetta,  per tutti i gusti. Il progetto  per la prima volta entra a scuola.  Con gli Orti Verticali di Made in Carcere, si è cercato di coinvolgere nell'esperienza i giovani  studenti, invitandoli  a coltivare in casa o sul proprio balcone, aromi, erbe officinali e ortaggi. Si parte dal principio di poter usare quello che già c’è a disposizione, riciclando il materiale che altrimenti andrebbe al macero, come i sacchi di juta del caffè donati dal famoso Caffè Quarta di Lecce. Soluzioni decorative originali, ma anche una tecnica utile perché permette di avere sotto mano erbe mediterranee e ortaggi con in più la soddisfazione di averli coltivati tutti da sé».
Inclusione, coesione, integrazione, recupero, sostenibilità e una buona dose di lucida follia, questi i valori del suo progetto. Sappiamo però che per prevenire ogni forma di disagio sociale, comprendere le minoranze, tutelare le preziose diversità e ottenere risultati sempre più importanti e concreti, questo impegno dovrebbe essere trasversale a diversi settori - il territorio, la società, l’economia, la politica, questo per creare una reale coesione tra gli stessi e procedere di pari passo. Secondo lei, quanto siamo lontani da questo tipo di realtà trasversale? 
«Proprio così, ho scelto gli ambiti più degradati che nessuno voleva toccare, e  comunque, oggi, si fa ancora troppo poco  per la rieducazione,  sia dentro che fuori!! Qui dovremmo citare tanti manuali di filosofia, a me piace in particolare il famoso testo tradotto ed interpretato da Giovanni Lo Storto, Direttore generale dell’Università Luiss, dove tratta proprio i temi del cambiamento e della impellente necessità di modificare gli stili di vita. Infatti Jugaad  è proprio l’arte di arrangiarsi. Significa trovare soluzioni innovative e geniali, per risolvere problemi o circostanze avverse con strumenti semplici e quotidiani».  
Dal suo esempio si può trarre un grande insegnamento educativo da impartire alle nuove generazioni, a partire da un valore fondamentale, che è quello di non educare i figli alla ricchezza ma alla felicità e alla pratica del bene, in questo modo da grandi conosceranno il vero valore delle cose. Puntando al benessere comune, l'unico in grado di creare ricchezza sociale, e aiutando ad aiutare, si genera quella nuova economia che parte dal basso e si diffonde su tutti i livelli. Secondo lei è una pratica facilmente applicabile? E cosa bisognerebbe cambiare per raggiungere un simile traguardo?
«Noi lavoriamo ogni giorno in ogni luogo possibile. Le varie esperienze testimoniano che laddove andiamo portiamo energia positiva e di buona contaminazione. Ed è la cosa che ci gratifica di più. Grazie al progetto Sigillo abbiamo lavorato insieme ad altre cooperative nelle  carceri di Santa Maria Capua Vetere,  Milano, Torino, Vigevano, Genova, Como. L’esperienza più significativa è stata quella dei braccialetti e tovagliette per Conad. In occasione della Festa della Donna, in tutti i supermercati Conad, è stato un giorno di grande emozione e grande entusiasmo. Ma abbiamo lavorato anche in altre carceri maschili, come Poggioreale, Santa Maria Capua Vetere, oltre Lecce e non in ambito sartoria con Made in Carcere, ma con gli Orti verticali da adottare. Abbiamo portato le impalcature per costruire gli orti con la terra e le piante. Proprio per trasferire l'idea che in carcere c' è chi ritrova profumi dimenticati e a scuola invece chi magari non li ha mai conosciuti davvero e  a stento riconosce la differenza tra menta e rosmarino… E non solo in carcere , ma anche nelle scuole, tra gli studenti, sia con gli Orti verticali che con azioni di comunicazione sociale legate alla difesa del Pianeta, trattando temi come i rifiuti, l’attenzione al cibo, agli scarti del vetro, della plastica e della carta, ma anche del cibo, sostenendo il progetto di Actionaid che diffonde  e combatte nelle scuole  con il progetto “io non butto niente” la fame e la povertà da una parte ed educa dall’altra a non sprecare il cibo». 
Occorre una buona dose di coraggio e lucida follia per cambiare vita come ha fatto lei. Può dispensare un consiglio ai giovani per diventare davvero nexter, innovatori del proprio tempo e imprenditori di se stessi?
«Umiltà e coraggio! Curiosità e amore! e come ho scritto nel libricino di Oscar Farinetti: Sette mosse per l’italia, in sintesi: “Più indignazione, meno omertà; più ascolto, meno rumore; più filosofi, meno ingegneri; più passione, meno furbizia; più sole, mai più nucleare; più coraggio, meno egoismo”».
Secondo lei, quali sono i reali punti di forza e cosa invece sarebbe da migliorare nella nostra amata Puglia?
«I dieci anni di gestione delle Regione Puglia da parte di Nichi Vendola hanno avviato un percorso di crescita e di consapevolezza delle potenzialità dell’intera Puglia. Noi dobbiamo continuare questo percorso vincente, acquisendo l’orgoglio di appartenenza al Territorio e a tutte le bellezze e ricchezze. Patrimonio per il futuro della nostra Terra. Salvaguardare tutto, con rispetto e competenze.  Ma soprattutto serve riflettere e creare più coesione sia sociale che imprenditoriale. Da soli non si va da nessuna parte, serve la creazione di Reti d’impresa, dove ognuno apporta la propria passione e si fa attraversare dalle diversità. Non serve più individualismo e neanche protagonismo. Serve un gruppo affiatato che combatta e costruisca benessere, il benessere comune». 
 
 


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