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QUASI UNA SBANDATA

Pubblicato da: Categoria: Curiosità

12
MAG
2016
E' una bella giornata e il sole e allora sono felice e mi alzo fiduciosa, come da ragazzina, quando avevo mille progetti e non vedevo l’ora di realizzarli. Anche se poi, crescendo, la realtà ha preso prepotentemente il loro posto e ora eccomi qui a far parte di quella schiera di ultra quarantenni sposate, con prole, insoddisfatte, che lavorano e che sentono il bisogno di ritagliarsi un angolino della giornata per correre dietro, almeno con la mente, alle proprie fantasie. Ma intanto ci sono sempre loro: i figli, il marito, la famiglia e il lavoro, che hanno la priorità su tutto, e anche se non mi piace cucinare, né tantomeno stirare o rammendare, tocca sempre a me farlo.
Renzo invece è sempre sereno, soddisfatto e tranquillo e non c’è nulla che lo possa turbare. Ha un difetto però: è sempre troppo precisino, oltremodo attento alla sua persona e nel vestire, e da quando si è accorto che qualche filo bianco è spuntato tra i suoi capelli neri, ci mette ancora più attenzione nello sbarbarsi e a scegliere gli accostamenti: sempre camicia chiara con giacca e cravatta; mai un jeans, nemmeno nei fine settimana.
Preparato il caffè lo porto a Renzo che si deve ancora svegliare, poi torno in cucina a scaldare il latte per i ragazzi, in due bollitori diversi perché Andrea lo vuole bollente mentre Tommaso tiepido. Dalla credenza tiro fuori la scatola dei cereali per Andrea e i biscotti integrali per Tommaso e quando sento mio marito che si sta alzando, mentre il gas continua a scaldare il latte, approfitto e torno in camera da letto per aprire le finestre e fare arieggiare la stanza. Intanto si sono svegliati anche i ragazzi, o meglio, Renzo, che con il suo passo da elefante tra le porcellane, ha fatto sì che si svegliassero e ora reclamassero la colazione. Finito di mangiare i ragazzi, lasciando la cucina e la loro stanzetta come uno stadio dopo un concerto rock, si preparano per andare a scuola e in attesa che il papà finisca di prepararsi e li debba accompagnare, tirano fuori i loro cellulari o il tablet e così danno inizio a una loro nuova giornata digitale.
Verso le otto e trenta esco di casa anch’io e prendo la metro e se trovo un posto libero mi vado a sedere perché seppure la giornata sia appena iniziata, sono già stanca. Alle nove, arrivo appena in tempo per tirare su le saracinesche ed ora eccomi qui, dietro il bancone in attesa dei clienti: sempre gli stessi, sempre i soliti, solo qualche rara eccezione. Lavorare in libreria mi piace: il problema è che si tratta pur sempre di una attività commerciale che impegna l’intera giornata, ma tant’è, di questi tempi non si può andare certo per il sottile e allora è meglio mettere da parte i malumori e cominciare ad aprire i pacchi che il corriere ha depositato al centro del negozioepoi catalogare i nuovi arrivi.
«Se la signora potesse dedicarmi qualche minuto gliene sarei grato», mi sento dire da una voce alle mie spalle, mentre china stavo estraendo i libri dagli scatoloni.
«Posso dedicarle tutto il tempo che vuole e metterle a disposizione l’intera libreria, se crede. Mi dica», risposi, mentre mi rialzavo e mi giravo.
La voce era di un signore che non avevo sentito entrare: distinto, alto, elegante, con i capelli brizzolati che, ritto davanti a me, stava aspettando con tre volumi in mano.
«Vorrei un consiglio. Devo fare un regalo al figlio di un collega e le chiedo se questi possano andare bene».
Presi i libri che mi stava porgendo e sorridendo li appoggiai sul balcone.
«Mi dovrebbe dire l’età del ragazzo. Ma comunque, questi che ha scelto lei, proprio non glieli consiglierei. Letteratura ottocentesca. Roba d’altri tempi».
Mentre mi rispondeva che il figlio del suo amico doveva avere su per giù una quindicina d’anni, non so perché, sentii come una strana atmosfera diffondersi nell’aria: lui mi parlava, mi guardava e sorrideva e io imbambolata restavo li davanti a lui, con il rossore che mi stava colorando il viso, a guardarlo.
«Allora, mi aiuta lei, signora?», mi sentii ripetere.
«Sì certo. Mi scusi. Stavo riflettendo», gli risposi, girandomi e avvicinandomi allo scaffale con le proposte per ragazzi.
Mentre stavo tornando verso di lui il suo cellulare cominciò a squillare e allora, chiedendo scusa, si allontanò di qualche passo per rispondere. Non riuscii a sentire quello che stava dicendo, anche perché da un dato momento in poi cominciò a parlare a bassa voce e poi troncò la telefonata con un secco: okay ci vediamo a casa.
«Mi scusi. Era mia moglie che mi ricordava di provvedere al regalo per il figlio del nostro amico».
Io feci un cenno di assenso e gli allungai i libri che avevo scelto.
«Dia uno sguardo a questi. Secondo me sono i più adatti per un ragazzo di quell’età».
«No. Non me li faccia vedere. Mi fido di lei. Le chiedo solo se può farmi una confezione regalo».
Gli risposi di sì, e mentre lui tirava fuori il portafoglio per pagare, io pensai a quanto fossi stata stupida e frettolosa. Ora il pacco regalo era pronto e lui se ne sarebbe andato e questo, non so perché, mi dispiaceva. E ci stavamo salutando quando in libreria entrò il ragazzo del bar con la mia colazione.
«Ah. Avrei voluto prendere un caffè anch’io, ma non me ne sono accorto che c’era un bar nelle vicinanze».
«Se ha la pazienza di aspettare cinque minuti chiedo al ragazzo di portarglielo qui. Che ne dice?».
Gli risposi, con una sfrontatezza che non mi riconoscevo e non sapevo di avere. Lui restò per un attimo in silenzio, poi disse di sì e aggiunse, indicandomi il vassoio che il ragazzo aveva lasciato sul bancone:
«Ma la prego. Intanto lei beva il suo. Non lo faccia raffreddare».
Io non so dire quanto imbarazzo stessi provando in quel momento: non mi era mai capitato prima di comportarmi così, ma intanto ero contenta che lui fosse rimasto e stesse parlando con me.
Misi in un cassetto il cornetto e bevvi in fretta il caffè e poi, in attesa che il ragazzo tornasse, per troncare quell’imbarazzante silenzio, chiesi:
«Sono anni che lavoro qui, ma non l’ho mai vista prima».
«Abito da tutt’altra parte, dove ho anche lo studio. Sono venuto qui per parlare con un cliente. Sono avvocato e lui non poteva raggiungermi. Passando davanti alla sua libreria mi sono ricordato del regalo che dovevo fare e allora ho pensato che dei libri potevano essere la soluzione».
Non aveva detto nulla di trascendentale o qualcosa che potesse coinvolgermi, ma nonostante tutto le sue parole mi giungevano come musica, poesia.
Quando tornò il ragazzo, come d’abitudine stavo per pagare, ma il signore appoggiò la tazzina nel piattino e, fermando la mia mano, estrasse dalla tasca del denaro.
«Per favore signora. Non lo potrei mai permettere. E’ stata così gentile. Lasci almeno che glielo offra io, il caffe».
«Se lo desidera, va bene. Grazie».
Gli risposi. E lui:
«Se domattina aspetta, potremmo prendere un altro caffè assieme, e le prometto di lasciarglielo pagare questa volta».
Io dissi di sì, senza sapere nemmeno cosa stessi dicendo e poi aggiunsi che lo avrei aspettato. Lui sorrise e aggiunse: «Promesso?Allora alle nove e trenta, se per lei va bene, domattina puntuale, sarò qui per prendere il caffè con lei».
Mentre io gli stavo facendo un sorriso che voleva essere di circostanza, ma che dentro di me voleva significare solo gratitudine lui, preso i libri, si allontanò e arrivato davanti alla porta si girò per rinnovarmi il saluto.
«Buon giorno signora. A domattina allora. A proposito, che stupido, non mi sono nemmeno presentato: io sono l’avvocato Alberto Cavanni. Piacere».
E dicendo così tornò sui suoi passi e mi strinse la mano.
«Avvocato Albero Cavanni… Suona bene. Io mi chiamo Giuliana».
Gli risposi, con le uniche parole che riuscii a mettere insieme in quel momento.
«Avvocato per i clienti, Giuliana. Per lei solo Alberto, per favore».
Mentirei se non dicessi che ho ripensato a quell’incontro tutto il giorno, durante la notte e che non vedevo l’ora che arrivassero le nove e mezza del giorno dopo per poterlo rivedere.
Quella mattina, per sbrigarmi, mi alzai ancora prima del solito e alle nove meno un quarto ero già dietro il bancone che stavo osservando la gente che passava davanti alle vetrine, e quando alle nove e quaranta sentii la porta aprirsi e Alberto entrare, provai una sensazione che non saprei descrivere.
«Buon giorno e mi scusi per il ritardo, ma tutta la colpa è da attribuire al traffico. Questi sono per lei Giuliana...», aggiunse, porgendomi un mazzolino di viole mammole.
«Grazie. Ma non si doveva disturbare. Sono meravigliose e come profumano …».
«Spuntano naturalmente nel mio giardino. Ogni anno qualcuna in più e in primavera rifioriscono. Così ho pensato di raccoglierne un po’ per lei. Spero le piacciano».
«Certo. Aspetti un attimo, per non farle appassire vado subito a prendere dell’acqua e le metto in un vasetto».
Quando tornai dal retro sentivo il cuore che mi batteva forte e allora, per calmarmi, gli chiesi subito se potevo ordinare i caffè.
«Certo, sono venuto apposta», mi rispose, sorridendo, posando la sua borsa sul bancone.
Continuammo a parlare anche dopo aver finito di bere il caffè e a un certo punto mi sentii chiedere il numero del mio cellulare: «Le do il mio e lei mi faccia uno squillo, cosi li memorizziamo».
Ma accortosi della mia perplessità, mi assicurò che non mi avrebbe mai chiamato, se non negli orari di apertura del negozio. Comunque riuscii, facendo pressione su me stessa, a non darglielo.
Per il resto, cosa ci fossimo detti proprio non lo ricordo. So solo che quando riprese la sua borsa e stava per uscirelo sentii dire: «Allora Giuliana, siamo d’accordo? Questa sera passo a salutarti e se permetti t’accompagno a casa, così eviterai l’affollamento della metropolitana, e potrò rivederti e potremmo riprendere il nostro discorso».
“Quale discorso?” Mi chiesi quando richiuse la porta dietro di sè: tornare a casa in macchina con lui; un weekend da trascorrere assieme? Per tutto il resto della giornata rimuginai su quello che mi aveva detto e alla fine mi chiesi cosa mi stesse succedendo, cosa stessi combinando, cosa stessi facendo. A casa avevo due ragazzi che mi stavano aspettando e un marito, che anche se non era un avvocato era pur sempre un buon partito. “Ma l’amavo…?” Ed era questa la domanda che mi stava assillando. E mi stavo anche chiedendo come mai fosse bastato incontrare un bell’uomo elegante, dai modi garbati, che sapeva parlare e fare dei complimenti galanti ad una donna, per farmi perdere la tranquillità, la serenità e rendermi confusa.Ma poi, quando sarebbe venuto a prendermi, mi avrebbe condotta subito a casa o avremmo perso tempo? E come avrei potuto giustificarlo? Trovando delle scuse che non sarei stata capace di inventare? Come il cliente dell’ultimo minuto che non sa decidersi e mi ha fatto tardare? Un ammanco di cassa che mi ha costretta a riconteggiare tutto? Non riuscivo più a trovavo le chiavi?
Passai il resto della giornata combattuta tra il desiderio di rivedere Alberto e la paura di andarmi a cacciare in un ginepraio, come era già successo a delle mie amiche. Così, quando vidi che si stava per approssimarsi l’orario di chiusura, presi la decisione. Poi magari gli avrei spiegato.
Spensi le luci e l’insegna, e mentre la commessa del negozio affianco al mio, che era sulla porta a fumarsi una sigaretta, mi chiese come mai avessi tanta fretta, tirai giù le saracinesche. Avevo fretta. Fretta di sparire di lì il più presto possibile, e allora inventai una scusa qualsiasi.
Salita in metrò, tirai un lungo sospiro di sollievo e subito mi sentii meglio, sollevata e quasi serena. Arrivata a casa, prima del previsto, trovai Renzo e i ragazzi che stavano giocando con la playstation.
«Giuliana, che brava. I ragazzi per cena volevano una pizza e patatine fritte. Che dici, visto che sei arrivata prima del solito, gli accontentiamo? Andiamo in pizzeria?».
Esordì mio marito, venendomi incontro e dandomi un bacio.
Ancora frastornata, per colpa delle mie fantasticherie, riuscii a rispondere solo di sì e poi chiesi un minuto, per potermi cambiare e rifarmi il trucco.
Guardandomi nello specchi mi vergognai di me stessa e mi dissi quando fossi stata stupida, e quanto avessi rischiato. Mi ricordai del numero che mi aveva dato Alberto e nervosamente frugai nella borsa e preso il cellulare lo cancellai dalla rubrica.
“Questa è la mia famiglia. Queste le persone care che mi vogliono bene e a cui voglio bene”. Tornata in salotto accarezzai i capelli dei ragazzi e, con la serenità ritrovata, li esortai: «Beh? Allora la volete o no questa pizza. Ho fame anch’io. Andiamo?».
«Grazie. Ti voglio bene, Giuliana».
Mi disse Renzo, mentre mi sfiorava le labbra e io, in quel momento mi sentii un verme. Ma poi, al pensiero che in fondo non era successo nulla, decisi di non pensarci più. Era solo passata una nuvola che mi aveva oscurato per un attimo la mente e mi aveva fatto quasi prendere una sbandata.
 


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