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PROTAGONISTI/VITACCIA DA COMICO

Pubblicato da: Categoria: Copertina

30
AGO
2018

Milanese quasi trapiantato in Puglia, ospite d’onore del Festival del Cabaret 2018, dove ha ricevuto il Premio alla Carriera. Renato Pozzetto, tra i più sensazionali comici di sempre, racconta la sua vita sotto e dietro i riflettori, ringraziando sempre la sua famiglia, il dono più prezioso, e… la sua buona stella.

Un mini-appartamento descritto come luminoso, confortevole, spaziosissimo e un uomo che si destreggia tra angolo cottura, angolo doccia, guardaroba, angolo tv con telefono, tavolo da pranzo e letto, tutto nel raggio di tre metri quadrati.
La scena di Ragazzo di campagna (film dell’84 diretto da Castellano e Pipolo) è entrata nella storia del cinema italiano, consacrando il giovane attore protagonista nel firmamento delle star.
Domenica scorsa, quel monumento alla comicità noto con il nome di Renato Pozzetto era a Martina Franca, ospite della ventiduesima edizione del Festival del Cabaret, per ritirare un meritatissimo Premio alla Carriera.
Incontrarlo è stata un’emozione indescrivibile, sentirlo cantare “E la vita, la vita…” sul palco del Teatro Nuovo (dove il Festival si è spostato, per scongiurare il rischio di maltempo), è stato da brividi. O meglio, da standing ovation. Esattamente come quella durata interminabili minuti, segno di come l’intera platea fosse felice di trovarsi al cospetto del Renatone nazionale.
Sul suo viso ci sono le tracce del tempo che è passato, ma lo sguardo e la verve sono gli stessi di sempre. Così come il suo umorismo intramontabile.

Commento a caldo sul Premio alla Carriera appena ricevuto?
«Quando si ricevono dei premi si rimane un po’ interdetti e l’emozione impedisce poi di fare il proprio lavoro, che è quello di divertire. Non è il primo premio che ricevo, ciò nonostante mi fa sempre molto piacere, soprattutto perché, per l’appunto, si tratta di un premio alla carriera. Io faccio parte di quel gruppo milanese che in Italia ha fondato il Cabaret, quindi si può dire che sia bella lunga, la mia carriera».

Cosa è rimasto e cosa è invece cambiato di quel milanese che interpretava un ragazzo di campagna?
«Beh, sono ancora qui, no? Proprio a proposito di quel film, sto pensando a un nuovo progetto, che consiste nella possibilità di girarne uno su un contadino che si trasferisce nel più alto grattacielo di Milano. Potrebbe essere una bella sfida ritornare “alle origini” dopo trentaquattro anni».

Come si è evoluta nel frattempo la comicità?
«L’espressione cabarettistica di oggi è quella che ci propina la televisione e il successo di un comico è decretato dal gradimento o meno di un ampio pubblico. Noi abbiamo fatto, all’epoca, senz’altro più fatica, ma è normale che le cose cambino e si adeguino ai tempi».

Intravede un erede tra questi giovani comici?
«Non esattamente. Noi della vecchia scuola abbiamo avuto un modo particolare di raccontare le cose che però si sta consumando con noi. Adesso lo stile è differente, il linguaggio si adegua al pubblico giovanile. Meritava forse di essere coltivato, e invece si sta perdendo. Ogni momento ha le proprie caratteristiche».

C’è un aneddoto divertente o imbarazzante che ricorda sempre con un certo sorriso?
«Ce n’è uno con la Fenech che mi è rimasto piuttosto impresso. Dovevamo girare una scena in una vasca da bagno, completamente nudi. I film, a quei tempi, avevano in comune sempre una serie di caratteristiche: un giovane attore un po’ buffo, una attrice bellissima e una storia d’amore tra i due. Durante quella scena dovevamo naturalmente capire come poter mostrare le sue bellezze e passare la censura. Dunque ci sistemiamo, proviamo, e finché ero indaffarato andava tutto bene. Il problema è subentrato nel momento in cui, a causa di un guasto tecnico, c’è stata una pausa nelle riprese. E lì, nel ritrovarmi immerso nell’acqua calda con una stupenda Edwige, ecco… come dire… si è messo in moto il meccanismo. È stato un tantino imbarazzante, lei con molta classe ne ha approfittato per allontanarsi e rifarsi il trucco, ma nell’alzarsi, il livello dell’acqua nella vasca si è abbassato e ha mostrato la mia “arachide”. A quel punto il tecnico delle luci che lavorava sopra di me, mi fa: “A Pozze’, prenderai pure du’ soldi, ma fai ‘na vitaccia!”».

Il clima è disteso e Renato ride, facendoci ridere. Si commuove solo quando accenna a sua moglie, Brunella Gubler, scomparsa prematuramente nel 2009.

Un’intera vita passata sotto i riflettori. Qual è invece il suo lato nascosto?
«La mia famiglia, che è stata la mia fortuna. Ho avuto una fantastica moglie, che ho perduto purtroppo quasi dieci anni fa, ho dei meravigliosi figli che hanno una casa a Ostuni, quindi passo sempre un po’ di tempo in Puglia, e ho cinque splendidi nipoti. Ho avuto una vita fortunata e piena di cose belle».

Se non avesse fatto il comico?
«Sarei stato un geometra, probabilmente. Diciamo che mi è andata bene così».

Tirando le somme, come descriverebbe la sua carriera?
«In una parola? Culo».

Taaac!
 



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