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Del senno di poi


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Pubblicato da: Categoria: Attualità

4
DIC
2017

La condanna all'ergastolo di Ratko Mladic, il "macellaio dei Balcani" che durante la guerra in Jugoslavia ordinò uccisioni di massa, ha riportato alla ribalta la condizione vissuta dalle popolazioni afflitte da conflitti spesso originati da interessi economici più che da divisioni etniche e religiose

"Imputato Ratko Mladic, il Tribunale internazionale delle Nazioni Unite la condanna all'ergastolo per genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra".  E’ questa la frase che conclude la sentenza emessa, pochi giorni fa, dal Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra presso l’Aja ed è così che si pone fine a un processo che ha riproposto, passo dopo passo, gli episodi che hanno segnato la fine di un lungo periodo bellico conclusosi con la fine della Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia che ha lasciato posto a Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia. Un lungo conflitto armato combattuto nell’ex Jugoslavia dal 1992 al 2001, anno in cui terminò l’ultimo scontro nella Repubblica di Macedonia. Nonostante questo, i paesi e i popoli dei Balcani continuano a essere divisi e anche la fine di questo processo è un nuovo motivo di frattura. I serbi ritengono Mladic un eroe nazionale mentre i croati e i musulmani bosniaci vedono nel comandante serbo l’incarnazione del male.
Quello che ha portato alla condanna di questo spietato militare del governo serbo, allora presieduto da Slobodan Milosevic leader degli ultranazionalisti serbi, nasce da interessi ben più lontani dalla mera secessione dei nuovi stati pro e contro l’Europa, dove i singoli stati mirano all’egemonia sui popoli ex jugoslavi e alla distruzione del sistema socialista creato dal presidente Tito. Una lotta dura e spietata che non ha dato una reale alternativa politica al paese, lasciandolo frazionato e profondamente ferito oltre ad essere divenuto una polveriera pronta a esplodere a pochi chilometri dall’Unione Europea e dai paesi dell’ex Unione Sovietica.
Oltre alle esternazioni di gioia dei parenti delle vittime del “Macellaio dei Balcani”, com’è stato denominato Ratko Mladic durante gli anni in cui comandava l’esercito serbo-bosniaco, quel processo non potrà ma più cancellare dalla memoria ciò che passerà alla storia per uno degli eventi bellici più sanguinosi a confine dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Ratko Mladic è stato condannato per il genocidio perpetrato a Srebrenica e Sarajevo dove vittime civili sono state sistematicamente sterminate. Nel caso della prima città della Bosnia-Erzegovina, nel luglio del 1995, il comandante Mladic ordinò lo sterminio di massa di circa 8400 fra uomini e ragazzi per il solo fatto di essere musulmani che a Srebrenica avevano formato una grande enclave islamica. Mentre si compiva quest’atroce episodio, la città di Sarajevo, attuale capitale della Bosnia-Erzegovina, era tenuta d’assedio dai cecchini e bombardata dall’esercito serbo-bosniaco causando la morte di circa 10mila civili. Questi solo due degli esempi più significativi che dal 1992 al 1995 avvennero in quei territori dove erano ammessi stupri di massa e violenze di ogni natura in tutte le aree dell’ex Jugoslavia afflitte da scontri.
L’Italia è così vicina alla Jugoslavia che dalle coste orientali della penisola si possono vedere i profili dei monti balcani.
Eppure, all’epoca dei fatti, nonostante fossimo così vicini, l’intervento diplomatico internazionale fu quasi inesistente e solo pochi caschi blu olandesi delle Nazioni Unite, quasi disarmati e con il veto d’intervento, potevano solo essere inermi testimoni se non vittime dei massacri. La NATO rifiutò l’intervento temendo ritorsioni sui civili. Esattamente quanto comunque accadde. Altrove, negli anni successivi, nell’ex Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia, la ribellione del Kosovo portò alle libere elezioni dell’europeista democratico Zoran Djindjic, poi assassinato dagli uomini del predecessore Milosevic. Così per gli altri stati, apparentemente proiettati verso la pace e l’evoluzione sociale ma nella realtà vittime di perenni instabilità politiche e scontri fra religioni, etnie, nazionalisti ed europeisti.
Negli anni dopo le guerre dei Balcani, i nuovi stati dell’ex Jugoslavia hanno percorso strade apparentemente a favore della democrazia indicendo elezioni e referendum per stabilire forme di governo e maggiore o minore avvicinamento all’UE o alla NATO. Quella che sembrava una grande guerra incentrata sulla divisione delle etnie si è, in realtà, rivelata uno scontro fra compagini politiche che tentavano di prevaricare sulle altre sfruttando le differenze fra religioni e cittadini che, prima di allora e anche dopo la morte di Tito riuscivano a vivere pacificamente avendo stabilito un equilibrio in nome di una sola nazione unita.
Traspare un’evidente influenza esterna che, ancora una volta, è imputabile agli Stati Uniti d’America o alla Russia che continuano a scontrarsi adoperando territori estranei ai loro confini. Ciò che accadde nei territori dell’ex Jugoslavia ricorda quanto avvenne nella Georgia e che culminò con la Seconda guerra in Ossezia del Sud.
Tutti i paesi dell’UE e la NATO, così come i singoli paesi europei, come ormai accade in occasione dei diversi conflitti d’interesse mondiale dove le vittime principali sono civili inermi, anche nelle guerre dei Balcani sono rimasti sostanzialmente estranei sia sotto il profilo diplomatico, quello più utile ed efficace, che in quello di difesa attiva della popolazione. Esattamente quello che accade nella guerra in Siria o nel Nord  Africa.
L’azione politica dei governi occidentali, però, non si basa sulla neutralità ma interviene discrezionalmente solo in alcune aree di guerra e per nulla in altre. Eppure, proprio in nome degli interventi di pace e la difesa della nazione, l’Italia ha incrementato le spese per le cosiddette “azioni di pace”, che per il 2017 ammontano a circa 1,28 miliardi di euro mentre quelle per gli armamenti a circa 23 miliardi di euro portandosi al vertice della classifica europea per maggior impegno di spesa nel settore.
Continuando ad analizzare il comportamento dell’Italia verso i conflitti mondiali, sebbene il nostro paese debba sottostare agli accordi con la NATO e ogni intervento è deciso in Parlamento, si evince come le missioni internazionali siano molto più indotte da interessi economici che da intenti umanitari. È così che si assecondano le decisioni degli Stati Uniti d’America o della Russia con finalità che poco giovano al popolo italiano ma, fondamentalmente, favoriscono le multinazionali del petrolio o del gas (attività estrattive, raffinerie, gasdotti e oleodotti), così come i fabbricanti italiani di armi e le grandi imprese impegnate nelle ricostruzioni post belliche. Forse sotto quest’ottica assume più significato l’opposizione di chi vede spropositato il costo pubblico delle nostre Forze Armate e quello delle missioni di pace.
È ancora più insensato l’intervento quando gli eventi mondiali sono già ampiamente evoluti e lo scacchiere bellico è ormai definito. Più che evitare i conflitti, operando mirate azioni diplomatiche, s’inviano truppe di pace che, concretamente, non sono efficaci. Si decide, quindi, a posteriori che ruolo intraprendere stando bene attenti a non scuotere la suscettibilità della grande potenza in quel momento più vicina. La fine dei recenti conflitti così come sarà per quelli in corso, si conclude con l’arresto o l’uccisione del leader o di un vertice come se questa fosse la panacea ai mali che affliggono le aree martoriate dalle guerre.
Il quesito da porsi è se davvero un solo uomo possa generare tanto male senza un cospicuo supporto economico e politico nonché un’adeguata organizzazione. Oltre ai faraoni egiziani considerati divinità e, quindi, capaci di controllare un intero popolo, appare davvero improbabile pensare che rimuovere un dittatore, un leader o un vertice di un paese sia davvero il mezzo per debellare il male perpetrato sulla popolazione. Così come la morte di Bin Laden, quella di Saddam Hussein, quella di Mu'ammar Gheddafi e, più indietro nel tempo, quella di Adolf Hitler e Benito Mussolini non ha mutato la condizione dei popoli che governavano, sino quando essi stessi non hanno maturato le condizioni per farlo, l’arresto di Ratko Mladic non riporterà in vita le migliaia di morti innocenti o donerà stabilità all’ex Jugoslavia. Scontata la necessità di rendere innocui questi foschi personaggi, si è sempre atteso che diventassero potenti e spietati prima di porre rimedio al loro operato criminale.  
Come nel vecchio adagio “Del senno di poi son piene le fosse” pare sia molto più semplice acquisire coscienza postuma piuttosto che stroncare i mali sul nascere. E di fosse, anche comuni, ne sono piene già troppe.



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