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Specchio (vecchio) delle mie brame

Pubblicato da: Categoria: Editoriale

8
NOV
2013
Essendo una personcina semplice è più facile incontrarmi da qualche rigattiere che negli imperdibili appuntamenti cultural mondani in zona. E la mia gioia più grande è tornare a casa con objet trouvé improbabili destinati a essere puliti, curati e valorizzati. Perché un oggetto titolare di storia è talvolta molto più interessante di tante conversazioni, basta trovare il giusto codice di comunicazione, fatto di domande (da porre) e risposte (da dedurre). E non nascondo che la vista dei cassonetti grondanti di spazzatura – dopo le  considerazioni di civico sdegno  - attrae sempre la mia attenzione, curiosa come sono di scovare anche nel posto più immondo un’intuizione estetica, seppure del rifiuto. In fondo Duchamp ha dotato di senso artistico anche un orinatoio. E non capisco perché se Duchamp monta una ruota di bicicletta sopra uno sgabello fa arte concettuale, e se io ritorno a casa con uno specchio Capodimonte giallo, ma proprio giallo senza indugi, suscito ironie e risolini che neanche in una classe di terza media. Ma tant’è. Ho dalla mia anche una giustificazione accademica. Con buona pace di chi crede che gli archeologi siano impegnati a scoprire tombe e a affrontare le maledizioni dei faraoni, in realtà la sfida più entusiasmante in uno scavo si presenta proprio quando si trova un butto: parliamo di discariche preindustriali, dove non ci sono buste di monnezza ma frammenti di terracotta e ceramica, ossa e scarti di cibo e qualche moneta finita lì chissà come che servirà a datare lo strato. E non si pensi che tali ritrovamenti siano così frequenti come si possa immaginare: la verità è che in questi ultimi anni si è prodotta molta più spazzatura di quella accumulata da quando l’uomo ha smesso di cercare radici diventando stanziale.  
La plastica e il ricambio compulsivo hanno tolto molto potenziale informativo agli utensili di uso quotidiano: un mestolo di legno sa dire se il cuoco abituale è mancino o destrorso dal lato più usurato, ma quello in materiale sintetico non sarà mai in grado di rivelarlo; poco male, in effetti, se poi il vantaggio è quello di poterlo lavare in lavastoviglie. 
Tutto questo per dire che, lungi dall’essere nostalgica o dal disprezzare il ready-made di Duchamp, c’è sempre da imparare almeno un paio di buone lezioni anche da ciò che sembra non servire più: 1) un contesto diverso da quello usuale può trasformare un oggetto e dargli nuova dignità, basta poco e basta crederci (come per il mio eclettico, barocco, eccentrico specchio giallo); 2) sì al recupero lì dove è possibile, anche creativo (vedi l’orinatoio de quo dicitur). Comunque, anche se il vostro gusto non vi impedisce di vestirvi di nero e marrone e il massimo possibile delle vostre potenzialità artistiche si esprime nell’unire i puntini della Settimana enigmistica, in ogni caso sarebbe bene fare più attenzione e produrre una minore quantità di rifiuti. 
 


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