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Il dialetto, un bene da parlare

Pubblicato da: Categoria: ATTUALITA'

31
MAG
2018

Davvero un peccato che la lingua del posto, quella più identitaria di un territorio, stia progressivamente perdendo vitalità. Così facendo si limita una parte importante dell'espressività e della cultura

Da anni, progressivamente ma incessantemente, l'uso del dialetto si va perdendo. Per averci vissuto parecchio tempo, so che non è così nel Veneto, dove, forse per gli spiriti secessionisti e di identità di un popolo che viene da lontano, alla lingua ufficiale Italiana si associa abbondantemente l'uso del Venesian: parole come la "cadrega" (sedia) resa famosa, in un formidabile sketch del trio Aldo Giovanni e Giacomo, o altre parole come la "scarsela" (la tasca) e via dicendo sono entrate nel gergo quasi comune di altre città, come anche il dialetto emiliano romagnolo. Più sono colorite le parole e le frasi, più sono intercalari adatti a dare una piega scherzosa e coinvolgente nel discorso. Ci sono Regioni che hanno difeso e custodito strenuamente il dialetto, per dare una continuità ad una tradizione radicata, un esempio nel Meridione quella Napoletana con le commedie in vernacolo di Eduardo De Filippo e le canzoni, tanto amate anche da molti tarentini.

A Taranto questo non è successo. E' dagli anni '60 che ogni nuova generazione ha lasciato via via per strada un pezzo di dialetto. Le ragioni sono le solite di parecchie società. Volgare sino alla barbarie, appannaggio solo dei delinquenti o di quelli che abitano quartieri poco altolocati, lo parlano solo i "cozzaruli" e via dicendo. Con questa aggressione autoimmunitaria (contro se stessi), non si è fatto altro che aumentare le differenze di classe e si sa che il più debole soccombe. Perbenisti, parvenu, arricchiti dell'ultima ora, incerti che si fanno trascinare dal pensiero unico, al politicamente corretto hanno ceduto parte della propria personalità, trasformandosi in persone "per bene" che prendono visibilmente le distanze dall'indigeno che parla l'idioma. L'errore, a mio parere, è stato madornale. Così facendo si sono tagliate le radici profonde di appartenenza fiera a una popolazione e si sa quando questo succede, il popolo è destinato a vagare in un limbo di non appartenenza e di spersonalizzazione pericolosissima anche solo per amministrare una città e per impostare contatti sociali e di aggregazione. Sicuramente hanno contribuito in questo la globalizzazione, i media, internet e qualche altra diavoleria ma lo scollamento della società tarentina è ogni giorno sempre più palpabile. Musi lunghi, con gente che non ride più, polverizzazione della goliardia che porta la gente a biasimare chi ancora scherza, come il sottoscritto e che usa qualche frase di dialetto solo nell'esprimere il proprio disappunto. Eppure ci sono intercalari dialettali che con poche parole caratterizzano tutto un lungo discorso e che ti portano automaticamente al sorriso. Sono certo che si debba per forza di cose, alla ricerca di un'identità sempre più perduta, recuperare con fierezza le nostre radici profonde che molte volte non vengono completamente estirpate ma che convivono inconsciamente dentro di noi. Lo so, la nostra città ha tanti grossi, anzi, grossissimi problemi e da oltre dodici anni anche priva di capaci amministratori ma nonostante tutto vorrei che lo studio del dialetto come in Friùli e in Trentino Alto Adige, si insegnasse nelle scuole. Poche ore mensili abbinate anche all'insegnamento dell'educazione civica, basterebbero a insegnanti ed alunni a far rinascere il germe e la pianta della tarantinità e farci nuovamente esclamare fieramente "je' so' die Tard.



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