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Gianpaolo SPAGNULO/Lo chiamavano il Giaguaro

Pubblicato da: Categoria: Copertina

25
APR
2014
Ma anche "Saracinesca". Il motivo? Lui è stato il portiere del Taranto che per anni ha difeso i pali della porta rossoblu. E anche ora che si trova decisamente più a nord, non gli manca certo la compagnia ionica
 
Il cronista Carlo Nesti in diretta su RAI1 commentando i calci di rigore dello spareggio di serie A per non retrocedere in B tra Genoa e Padova diceva: «i tifosi sperano che Spagnulo compia l’ennesimo miracolo, ne ha compiuti tanti in questa partita!». E noi abbiamo intervistato l’uomo dei miracoli.
 
Quando a Taranto si parla di giocatori che hanno lasciato un segno nei cuori rossoblu ci si ricorda subito di te. Hai cominciato a giocare a calcio fin da piccolissimo nel ruolo di attaccante, poi intorno ai 14 anni hai seguito il tuo istinto vestendo i panni del portiere. Quando e in quale squadra è avvenuto il tuo esordio nel professionismo?
«A 19 anni nel Brindisi, nell’incontro di Serie C2 a Cento (FE) contro la Centese».
 
A 23 anni l’esordio nel Taranto in serie B sostituendo l’infortunato Goletti nell’incontro contro il Bologna al Dall’Ara. Finì 1-1. Cosa ricordi di quel giorno?
«Giocavo nel Brindisi. La domenica prima eravamo impegnati contro la Torres fuori casa davanti a meno di mille persone. A novembre dello stesso anno il trasferimento al Taranto e improvvisamente mi ritrovai a giocare davanti a trentamila spettatori a Bologna. Peraltro fu un esordio molto fortunato perché parai anche un calcio di rigore che si rivelò decisivo: ottenemmo un importante pareggio».
 
Hai giocato tante partite emozionanti quando eri al Taranto. Tra queste, hai giocato alcuni derby contro il Lecce e soprattutto contro il Bari che a Taranto sono sempre stati molto sentiti. C’è tra queste una partita che ricordi particolarmente ?
«Ricordo un 3-3 rocambolesco contro il Lecce a Taranto con tantissime mie parate. Una partita piena di capovolgimenti di fronte in una partita che poteva finire 10-10».
 
Quando sei giunto in serie A al Genoa sei di fatto subentrato a un certo Stefano Tacconi. Come ricordi quel giorno ?
«Sai... quando si è sicuri dei propri mezzi, anche se si è emozionati … giocai con tanta tranquillità e da quel momento sono diventato titolare. Non me ne vogliano i tifosi juventini ma durante la settimana negli allenamenti non avvertivo una grande differenza con Tacconi… con caparbietà ho aspettato il momento propizio e quando sono entrato non sono più uscito dalla prima squadra».
 
Un calciatore con cui hai giocato in serie A che ti ha particolarmente impressionato?
«Ho avuto la fortuna di giocare con “Il Capitano”, Gianluca Signorini (morì di SLA nel 2002 a soli 42 anni, NdR), una persona di stile, un signore, un libero vecchio stile dentro e fuori dal campo… da vedere… lo ricordo con molto affetto».
 
Quello che invece ti ha messo maggiormente in difficoltà e quello contro il quale ti sei tolto qualche soddisfazione?
«Quando giochi contro campioni del calibro di Van Basten, Gullit, Rijkard, Baggio, Vialli, Mancini è difficile trovarne uno... facevano tutti la differenza e quando toccavano la palla, spesso lasciavano il segno».
 
Oltre ai derby pugliesi hai giocato anche contro le più grandi squadre di serie A: Juve, Inter, Milan… Sentitissimo a Genova da sempre, Il 28 marzo 1993 si giocava il derby della Lanterna tra Genoa e Sampdoria, dall’altra parte, tra i pali, c’era un certo Gianluca Pagliuca e soprattutto in attacco c’era Roberto Mancini. Hai dei particolari ricordi di questi incontri che ti hanno emozionato ?
«Ricordo che pochissimi istanti prima del fischio d’inizio di quel derby fui colpito in testa da una bottiglietta di acqua piena lanciata dagli spalti. Mi inginocchiai su me stesso, avrei potuto fingere di essermi fatto male ma senza fare scenate, dopo pochi minuti mi rialzai tra gli applausi dei tifosi della Sampdoria che apprezzarono il mio gesto sportivo. Non fu un bellissimo derby. Il giorno dopo molti giornali titolavano “Il derby lo ha vinto Spagnulo” proprio per quel mio gesto sportivo che fu apprezzato».
 
Una squadra in cui avresti voluto giocare ?
«Sarebbe troppo facile dire Juve, Milan, Inter, ma da uomo del sud ti dico Napoli perché lo rappresenta più di tutte le altre».
 
Nelle varie interviste sei sempre sembrato una persona seria, pacata, riflessiva… 
«Sì, sono una persona molto equilibrata che pensa molto al sodo: che parla poco e bada più ai fatti».
 
E la famiglia? Quanto è stata importante?
«Beh, sicuramente quando giocavo a quei livelli è stata notevolmente importante e mi accompagnava ovunque».
 
C’è qualcosa che avresti voluto dire a qualcuno e che non hai mai detto?
«Sì. A molti miei colleghi avrei voluto dire che il calcio è un mestiere come tutti gli altri. Si è personaggi ma si è anche uomini e non dobbiamo mai dimenticarlo. Dobbiamo prendere spunto dalla nostra popolarità per lanciare segnali positivi al mondo che ci guarda e di cui fanno parte tantissimi giovani che da noi prendono spesso esempio. Ed è anche per questo che coloro che praticano questo sport molto popolare devono essere garanti di sportività e di onestà. Ci sono stati dei personaggi cui avrei voluto dire: “fuori dal mondo del calcio non sei nessuno”, proprio perché umanamente lasciavano molto a desiderare… purtroppo il calcio fa “miracoli” e allora molta gente si è ritrovata a essere qualcuno. Quando la gente incontra le mie figlie dice: “tuo padre, oltre a essere un grande portiere è stata sempre una persona corretta e perbene” e di questo vanno fiere loro e ne vado fiero io».
 
Le parole più belle che ti hanno detto o che hanno scritto di te?
«Quando le cose vanno bene il portiere è sempre uno dei primi a ricevere complimenti: “il Giaguaro”, “Saracinesca” … nomi che fanno sempre piacere».
 
Il gol che non avresti mai voluto subire?
«Quando giocavo nel Genoa in A, nello spareggio contro il Padova a Firenze per non retrocedere in B. Era il 10 giugno 1995, facemmo una gran partita ma perdemmo ai rigori. Se fossi riuscito a pararne uno in più avremmo raggiunto l’obiettivo della permanenza in A».
 
La parata che ti ha esaltato di più?
«A San Siro su un tiro di Boban, mi lanciai convinto che non sarei riuscito a prenderla ma toccai la palla con la punta delle dita di quel tanto da deviarla sulla traversa».
 
La delusione, se c’è stata, più grande della tua carriera ?
«Non ricordo grossissime delusioni ma se devo ricordarne una, ricordo proprio lo spareggio tra Genoa e Padova. Feci una partita straordinaria, sembrava che giocassi da solo contro il Padova e se ci fossimo salvati in quella occasione avrei preso 10 in pagella».
 
La tua esperienza all’estero (in Brasile) è stata breve. Ti sarebbe piaciuto giocare in un campionato estero?
«Mi sarebbe piaciuto molto. Sono una persona che ha sempre voglia di provare esperienze nuove. Mi sarebbe piaciuto tanto giocare in Inghilterra».
 
Chi è il portiere più forte oggi in circolazione secondo te?
«Per me è Cech (classe ‘82) del Chelsea».
 
Chi vince lo scudetto in serie A? La risposta sembrerebbe scontata però tu ci insegni che nel calcio, come diceva il Trap, “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”...
«Lo vince la Juve. Ha una marcia in più».
 
Come hai vissuto da calciatore professionista lo scandalo di Calciopoli ?
«L’ho vissuto con sdegno e disprezzo nei confronti di chi era coinvolto. Ricordiamo che i calciatori sono dei privilegiati: non guadagnano quanto guadagna un operaio. Non hanno proprio avuto alcuna vergogna. Hanno tradito tutti: i compagni, gli allenatori, i tifosi, le loro famiglie. Chi ha fatto una cosa del genere non avrebbe meritato e non merita di vestire mai più alcuna casacca».
 
Correva l’anno 2001, 13 maggio, serie C2 girone C ultima giornata. Se ti dico in Taranto – Catanzaro. Ti ricorda qualcosa ?
«Mi ricorda il mio addio al calcio. Uno dei momenti più emozionanti della mia vita perché decisi di lasciare il calcio giocato e lo lasciavo da vincitore. Per un calciatore la cosa più bella è lasciare da vincitore e non perché non ce la fai più. Avevo 36 anni, avrei potuto ancora giocare per qualche anno ma ebbi la lucidità e il coraggio di prendere questa decisione».
 
Il Taranto viene da anni di delusioni. Per scaramanzia non ti chiediamo come potrebbe finire questa stagione rossoblu ma secondo te cosa manca per puntare al ritorno tra i professionisti e soprattutto agli obiettivi di prestigio che la squadra e i suoi tifosi meritano?
«Manca la vittoria a Marcianise (si giocherà in trasferta domenica 27 aprile ore 15, NdR). Se vincerà quella partita il passo sarà brevissimo. La società, nuova, ha lavorato bene. Sono state fatte delle scelte all’inizio (calciatori, direttori) che magari all’inizio hanno portato dei risultati non positivi. Si sono persi tanti punti per strada a causa del “noviziato”. Un avvio diverso avrebbe consentito un finale di stagione meno ostico. Ricordiamo che alla decima o dodicesima giornata il Taranto era nelle ultime posizioni. C’è stata poi una eccellente rimonta che lo ha portato in testa. Merito quindi della società per aver apportato in corsa le modifiche giuste».
 
I tifosi tarantini. Com’è il rapporto con loro?
«Io credo sempre ottimo. Non si possono dimenticare gli anni che ho trascorso e quello che loro mi hanno dato. Credo di aver dato loro anche io qualcosa, nel mio piccolo».
 
Da marzo sei passato alla Cremonese che lotta per la promozione in B. Hai trovato in questa squadra Mr. Davide Dionigi (al Taranto da giocatore dal 2007 al 2009 e come allenatore 2010 al 2012) e il portiere Bremec (al Taranto dal 2009-’10 al 2011-’12) che i tarantini conoscono bene. Mancano due partite e siete terzi in classifica.
«Dionigi mi ha voluto con sé a Cremona con lo staff con cui si lavorava a Taranto. Innanzitutto ho trovato una società che messa in un contesto di serie A non sfigurerebbe certamente. Una cosa veramente incredibile. Un centro sportivo con 5/6 campi di calcio e palestra e bene organizzato. Per esempio quando ero alla Reggina l’anno scorso in B non ho trovato lo stesso centro che ha la Cremonese in C».
 
Per chiudere, il Taranto a 2 giornate dalla fine del campionato è in testa alla classifica con 58 punti insieme al Matera con due punti di vantaggio sulla Turris e 2 sul Marcianise (con una partita in più). Vuoi fare un saluto particolare agli irriducibili che seguono con passione la squadra da sempre?
«Il mio è un augurio di vedere a breve il Taranto in B perché i tifosi lo meritano per tutti i sacrifici fatti e le delusioni subite negli ultimi anni. Ci sono in serie B realtà che contano quattro/cinque mila abitanti e non si capisce perché una città come Taranto, con il suo trascorso e con un bacino d’utenza così consistente non debba puntare a tornare nel calcio che conta. Da nessuna parte si vedono allo stadio 10 mila spettatori la domenica per vedere una partita di B (Gianpaolo si riferisce anche a Taranto – Francavilla del 13 Aprile 2014 vinta dal Taranto 2-1, NdR)».
 
Gianpaolo è stato un piacere. Ti salutiamo e ti ringraziamo per le emozioni che hai regalato a tutti i tarantini che ancora oggi ti stimano e ti vogliono bene.
 


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